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[Solidarietà, anno X n. 2, luglio 2002]


Torniamo al nucleare !

Energia e strategia sono strettamente legate tra loro.
L'uscita dell'Italia dal nucleare, nel 1987, rappresentò una capitolazione che oggi appare in tutta la sua gravità. Mettiamo a fuoco le forze che imposero all’Italia la rinuncia al progresso

L’talia e l’Europa tornano a parlare del nucleare. Di fronte alle incertezze della situazione strategica, il rischio che pesa davvero è quello della dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento energetico. Se l’Europa è preoccupata, l’Italia dovrebbe essere terrorizzata perché, si fa notare, nell’ultimo trentennio i principali paesi europei hanno seguito una politica volta a ridurre la propria dipendenza dall’estero, ma l’Italia è invece diventata ancor più dipendente: si stima all’80%.

Constatato che il fabbisogno energetico del vecchio continente crescerà ogni anno del 2%, da oggi fino al 2020, il Commissario europeo all’energia e ai trasporti Loyola De Palacio ha riaperto il dibattito all’inizio dell’anno affermando che “Il nucleare dovrebbe contribuire a rendere indipendente energicamente l’Europa”. In Finlandia il parlamento ha definitivamente approvato il 24 maggio il piano del governo di costruire una nuova centrale nucleare. Si tratta del primo reattore nucleare che si costruisce in Europa dal 1986, dopo Cernobil. Un investimento di 2,3 miliardi di euro consentirà di portare nel 2010 la quota elettronucleare del paese dal 23% al 35%.

Contemporaneamente in Italia si sono tenute diverse conferenze nei primi mesi dell’anno in cui anche forze di governo si sono dette pronte a definire una politica energetica lungimirante, sebbene Berlusconi, in un messaggio inviato a una conferenza sul tema energetico, ancora non se l’è sentita di usare il termine “nucleare”.

Certamente sull’Italia pesa l’handicap del referendum antinucleare del 1987. Non che esso, di per sé, obblighi legalmente il governo, ma è una di quelle tare che possono essere superate solo risvegliando la popolazione al senso di realtà.

È vero che il referendum, legalmente, servì solo a far approvare una moratoria quinquennale, la quale è anche trascorsa da tanto tempo, è vero che la “vittoria” degli antinuclearisti fu riscossa sull’onda emotiva dell’episodio di Cernobil (provocato dallo sfascio del sistema economico sovietico e non dalla tecnologia in quanto tale), ed è vero che oggi esistono nuove tecnologie intrinsecamente sicure per cui le paure interiorizzate dalla popolazione bombardata dalle campagne massmediali sono esorcizzabili. Questo, ad esempio, è accaduto in Svezia, dove oggi il 58% della popolazione vorrebbe annullare i risultati del referendum ambientalista che bloccò il programma nucleare nel 1999. A risvegliare il senso di realtà degli svedesi sono stati i rigori delle due trascorse stagioni invernali.

Eppure, queste “verità oggettive” non bastano, perché la tara è più profonda.

È troppo semplice dire che la colpa ricade su questo o quel partito politico, magari scomparso, o che fu un gioco al massacro in cui tutti si fecero male a causa della propria stupidità e degli interessi piccini delle consorterie politiche, ecc. La rinuncia al nucleare ed all’autosufficienza energetica è stata imposta ed occorre capire come e da chi.

Le nostre credenziali

Il movimento di Lyndon LaRouche condusse sin dalla sua fondazione, negli anni Settanta, un’aggressiva campagna a favore del nucleare, promuovendo soprattutto la ricerca e sviluppo della tecnologia di fusione. Per tutti questi trent’anni ha denunciato una strategia oligarchica volta a minare lo sviluppo economico, di cui il nucleare dovrebbe essere la punta di diamante. Ha denunciato il fatto che ad una sana idea di progresso è stato sostituito un feticcio costituito da tecnologie informatiche, consumi “non tangibili”, servizi: non si producono beni reali ma si distribuiscono feelings. Così la popolazione perde la capacità di chiedersi a che cosa serve e come si usa il nucleare, ripiegando sul “ciò che si prova”, dopo Cernobil.

Di contro, LaRouche ha sempre sostenuto che una misura della salute economica di una società è data dalla disponibilità e densità di energia per compiere lavoro, come afferma l’ABC del sistema americano di economia politica.

Rinuncia nucleare: come ci fu imposta

Guardando retrospettivamente al referendum del 1987 basterà ricordare che allora i fautori del “No al nucleare” seguirono le istruzioni di coloro che si ritenevano i “padroni del mondo”, mentre i fautori del “Si al nucleare” si consegnarono senza combattere per godere dei vantaggi del patteggiamento. Tra i diversi motivi c’era la rinuncia ai principi nella politica, soprattutto dopo “l’esempio terribile” del caso Moro. Trattandosi infatti di una questione di massima importanza nel quadro strategico, non sarebbe bastato dire che il nucleare è buono e fa bene, ma occorreva dire che chi è contro persegue fini e strategie inconfessabili e bisognava dimostrarlo.

Lo dimostrò Lyndon LaRouche quando denunciò la politica anti nucleare come parte della strategia tesa a negare lo sviluppo e che comporta necessariamente il genocidio. Questa è la «Congiura mondialista» di H.G. Wells (One World Conspiracy) e di Bertrand Russell1: l’utopia di un nuovo impero mondiale, in cui vengono aboliti gli stati nazionali con i loro processi di deliberazione politica e di crescita economica, e dove la popolazione globalizzata e brutalizzata sottostà alle catene di un’oligarchia mondialista. LaRouche spiegò anche che non si aveva a che fare con un’utopia nuova, ma che era la stessa che sta alla base di tutti gli imperi che sono sempre e sistematicamente falliti perché si tratta di un’utopia del tutto aliena alla natura umana.

Il nemico

Quest’idea assurda accomuna soprattutto forze che fanno riferimento all’Impero Britannico e forze che aspirano a fare degli USA il nuovo impero: l’oligarchia anglo-americana. Il modo in cui queste forze hanno snaturato il ruolo positivo che gli USA ricoprirono nel promuovere lo sviluppo e l’affrancamento dal colonialismo, e stabilirono il proprio controllo sulla loro politica estera è stato l’argomento trattato sotto diverse angolature negli ultimi numeri di Solidarietà.

È fondamentale tener presente che l’ideologia anti-nuclearista, ecologista, e l’opposizione generale al progresso è solo un tentacolo della piovra: gli altri tentacoli sono soprattutto la grande finanza, i monopoli delle materie prime, i servizi segreti deviati e il terrorismo, altre forme di condizionamento ideologico a cominciare dai mass media, il controllo dei politici, ecc.

Per promuovere la svolta verso l’utopia post-industriale e post stato nazionale fu creata una serie di nuove istituzioni preposte alla diffusione del nuovo credo: il Club di Roma, l’Aspen Institute, la Rockefeller Foundation, il Draper Fund, la Commissione Trilaterale, il WWF solo per citare le più importanti.

Il Club di Roma

L’istituzione che maggiormente diffuse la dottrina ecologista è il Club di Roma. Fu fondato nel 1968 a seguito di una serie di incontri a cui parteciparono il futuro presidente del club Aurelio Peccei (capo dell’Istituto Atlantico di Parigi, di fatto una “succursale civile” della NATO, ed ex dirigente della Fiat), il futuro vice presidente Alexander King, direttore generale degli affari scientifici dell’OCSE, l’ex consigliere di sicurezza USA McGeorge Bundy, Zbigniew Brzezinski, che allora figurava nel consiglio di pianificazione politica del Dipartimento di Stato USA. Nel maggio 1967 si era tenuta a Deauville, in Francia, un’importante tappa preparatoria, la “Conferenza sullo squilibrio e la collaborazione tecnologica transatlantica” organizzata dal Comitato tecnologico e scientifico della NATO e dal Foreign Research Institute della Pennsylvania. Quest’ultimo organismo era diretto dall’ambasciatore americano presso la NATO Robert Strausz-Hupe. Una pausa di riflessione: Hupe, Bundy e Brzezinski provengono tutti dal vivaio di W.Y. Elliott, di cui Solidarietà ha riferito nel numero di aprile: una cordata di personaggi tra i quali spicca anche Henry Kissinger, che facendo riferimento all’Inghilterra di Russell egemonizzò la politica estera USA del dopoguerra. Il loro scopo è riassunto in un articolo di Strausz-Hupe, pubblicato sul quaderno trimestrale Orbis nel 1955, intitolato “L’equilibrio del domani”. Il periodo tra il 1955 ed il 2005 è descritto da Strausz-Hupe come l’epoca “dell’impero universale americano”. La missione del popolo americano, si dice nell’articolo, “è sotterrare gli stati nazionali, coinvolgere le loro popolazioni in strutture più ampie, e con la sua forza incutere timore agli eventuali sabotatori del nuovo ordine sottomettendoli ... Per i prossimi cinquant’anni circa, il futuro appartiene all’America. L’impero americano e l’umanità non saranno contrapposti, ma saranno soltanto due nomi dell’ordine universale all’insegna della pace e della felicità. Novus orbis terrarum”.

Per raggiungere tale obiettivo strategico l’arma più micidiale impiegata da questo stesso raggruppamento è stata la politica ecologista seguita dalle associazioni da esso fondate. Subito dopo quella conferenza Brzezinski scrisse il libro “L’america verso l’era tecnotronica” e Peccei scrisse il libro “Verso l’abisso”.

Brzezinski individuava così il nuovo corso storico: “Una spaccatura in tre direzioni tra tre sistemi di vita: quello rurale arretrato, quello industriale urbano e quello tecnotronico”. Con la sua società tecnotronica Brzezinski vaticinava la società dell’informazione, o la New Age/New Economy, prefigurando una società completamente dedita all’intrattenimento, soprattutto droghe psicotropiche:

“Nella società tecnotronica prevale una tendenza che aggrega il sostegno dei singoli allo scoordinamento dei cittadini, che sono facilmente raggiungibili da personalità magnetiche ed accattivanti, capaci di sfruttare le ultime tecniche di comunicazione per manipolare le emozioni e controllare la ragione”.

(In sostanza dice che la gente è indotta a rinunciare alle istituzioni politiche e sociali tradizionali per seguire i maghi dei nuovi media).

“L’America e l’Europa non sono più nella stessa era storica. Quello che rende l’America unica nel nostro tempo è che essa è la prima società che prova il futuro ... sia esso l’arte pop o l’LSD ... Oggi l’America è la società creativa, gli altri, coscientemente o meno, la stanno emulando”. La trasformazione è l’abbandono “dei precedenti industriali”, una “rivoluzione dell’informazione” verso una società “tecnotronica” che sarebbe potuta facilmente diventare una “dittatura tecnotronica”.

Aurelio Peccei con il suo libro riproponeva la stessa spaccatura nei termini di una “era dell’IBM” in cui erano entrati gli USA e “l’era della General Motors” in cui viveva ancora l’Europa. Quest’ultima doveva avviarsi verso l’epoca post-industriale, verso “la società dell’informatica”. Al Patto di Varsavia Peccei prospettava il tracollo oppure sottostare ai termini proposti dal governo mondiale: “convergenza con l’Alleanza Atlantica come alternativa all’esplosione”, una convergenza da regolarsi attraverso gli strumenti della “gestione della crisi” e della “pianificazione mondiale”.

In quello stesso periodo, verosimilmente sotto la coordinazione di Strausz-Hupe, la NATO diversificò i propri interessi, che prima erano strettamente militari, e costituì organismi che si occupavano di “energia e ambiente” e altre “sfide della società moderna”.

C’è da chiedersi se la NATO stesse rinunciando agli impegni strategici, o se “l’ecologismo” stesse assumendo un ruolo strategico primario.

Il Cavallo di Troia

Lo scopo del Club di Roma è riferito da Aurelio Peccei in questi termini:

“Il nostro proposito era quello di organizzare un’operazione di commando diretta ad aprire una breccia nella cittadella di autocompiacimento in cui la società si era follemente trincerata ... Quando gli Achei combattevano sotto le mura di Troia ci vollero dieci anni prima che venisse loro l’idea che un cavallo di legno quale mai visto avrebbe potuto aprir loro le porte della città; per fortuna al Club di Roma è occorso molto meno tempo per trovare il suo cavallo di Troia e conquistare una prima posizione strategica, in una grande battaglia che è appena iniziata ... È giunto il momento di passare dalla fase di puro choc, indispensabile per svegliare le genti ai pericoli che tutti stiamo correndo, ad una nuova fase di visione positiva.” (A. Peccei – La qualità umana, 1974).

Il “Cavallo di Troia”, in questa nuova strategia coltivata in ambienti NATO, è la favola della scarsità delle risorse. Grazie ad ingenti finanziamenti provenienti da innumerevoli fondazioni e da numerosi paesi, il Club di Roma diffuse dal 1972 la versione divulgativa in dodici lingue dello studio «Ilimiti dello sviluppo», il primo di una lunga serie dello stesso genere. Carrol Willson, membro americano del Club, aveva organizzato al MIT di Cambridge, vicino a Boston, un gruppo di ricerca diretto da Jay Forrester e Dennis Meadows.

Si trattava di una frode pseudoscientifica consistente nell’affibbiare al termine “risorsa” un significato ed un valore fisso. Ovvero: fatte le stime delle riserve petrolifere, delle risorse idriche, dei terreni coltivabili, dei giacimenti di materie prime e altre risorse, si faceva il calcolo di quanta popolazione potesse continuare a vivere su questo pianeta. Conclusione: allarme! siamo troppi e bruciamo troppe risorse. Per fare i calcoli ci si avvalse della “analisi dei sistemi” secondo i metodi elaborati in quegli anni dall’Istituto Internazionale di Analisi Applicata dei Sistemi (IIASA).

“L’analisi dei sistemi tratta esattamente gli stessi temi di Malthus ... Le osservazioni di Malthus erano corrette al tempo in cui le fece e sono sempre state corrette, fino ai nostri giorni ... Il progresso tecnologico non ha posto al bando le carestie e le guerre. Invece, il progresso tecnologico ha fatto sì che popolazioni sempre più grandi sono state sottomesse alla carestie ed alle guerre”.

Ideologia malthusiana

Il teorico chiamato in causa, Thomas Robert Malthus (1766-1834), fu un dipendente del più grande monopolio imperialista della storia, la Compagnia delle Indie Orientali britannica. Riprendendo teorie precedenti di Giovanni Botero e Giammaria Ortes, Malthus sosteneva che la crescita demografica è più rapida della capacità della terra di provvedere i mezzi di sussistenza. Questo porta a due alternative: lasciare che la natura faccia il suo corso, sterminando di tanto in tanto la popolazione in eccesso con carestie, epidemie e guerre, oppure ricorrere a vari “mezzi di prevenzione”, più o meno ortodossi, e più o meno confessabili, per tenere lo sviluppo demografico sotto controllo. Questo implica una “casta sacerdotale”, non importa di quale tipo, che abbia facoltà di decidere, per tutti, chi dove e quando può venire al mondo, e chi dove e quando deve fare spazio andando all’altro mondo.

Questa è la filosofia di fondo riproposta da Bertrand Russell, il capocordata ideologico delle forze qui prese in esame:

“Il pericolo di una mancanza di cibo a livello mondiale può essere evitato per un certo periodo con il miglioramento della tecniche agricole. Tuttavia, se la popolazione continua ad aumentare al ritmo attuale, tali miglioramenti non possono, a lungo andare, essere sufficienti. Si creeranno così due gruppi, uno povero con una popolazione crescente, l’altro ricco con una popolazione stazionaria. Una simile situazione non può che condurci verso una guerra mondiale ... Attualmente, la popolazione del mondo sta crescendo di circa 58.000 unità al giorno. Fino ad oggi le guerre non hanno prodotto un effetto considerevole su questo aumento, che è continuato per tutto il periodo delle guerre mondiali ... Da questo punto di vista le guerre fino ad ora sono state una delusione ... ma, forse, la guerra batteriologica può dimostrarsi efficace. Se una Peste Nera potesse diffondersi in tutto il mondo una volta in ogni generazione, allora i sopravvissuti potrebbero procreare liberamente senza rendere il mondo troppo affollato. La cosa potrebbe essere spiacevole, e allora?”

(B. Russell: Impact of Science on Society, 1951)

I “limiti” sono i gradini dello sviluppo

Allora le cose stanno diversamente. Le risorse non sono fisse, né si sviluppano in maniera gradualmente lineare. Certamente il petrolio non era una risorsa per l’uomo primitivo, che ci si poteva solo sporcare. È diventato una risorsa solo come conseguenza di una serie cumulativa di sviluppi tecnologici nella nostra storia.

In realtà l’umanità avrebbe raggiunto il suo “limite” demografico assoluto già nella preistoria, se non avesse compiuto scoperte come la conquista del fuoco e la costruzione di utensili. Ciascun nuovo “limite” successivamente raggiunto è stato di volta in volta superato dall’articolazione dello sviluppo, che conferisce all’attività economica umana dimensioni sempre nuove. Ogni scoperta tecnologia importante definisce una nuova capacità del pianeta di ospitare abitanti.

Ad esempio, la fusione nucleare oggi apre un intero campo di nuove risorse: chi l’avrebbe mai sospettato di poter trarre energia a basso costo dall’acqua? E dissalare l’acqua con l’energia da essa stessa estratta? E con quest’acqua trasformare i deserti in oasi? Tutto questo sarebbe oggi già in fase di avanzata realizzazione se venti anni fa fossero stati sconfitti i piani dell’internazionale malthusiana.

La sostanza del discorso è che questa capacità di compiere scoperte sempre nuove è il tratto distintivo dell’umanità che la pone al di sopra delle specie animali, e c’è un’oligarchia mondiale che non lo vuole ammettere, perché si è arrogata il ruolo olimpico di decidere le quote di natalità delle popolazioni e di decidere quando è giunto il momento di mandare al macello le “popolazioni in eccesso”, ad esempio con le “guerre di civiltà”, o sottraendo loro ogni possibilità di sviluppo con “condizioni finanziarie” imposte da enti sovrannazionali concepiti per imporre tale politica, come il FMI e la Banca Mondiale.

Lo shock petrolifero

In cinque anni di lavoro propagandistico, fiancheggiato ai massimi livelli istituzionali, il Club di Roma preparò il clima adatto per lo shock. In effetti, retrospettivamente è poi stato scoperto che non soltanto la filosofia di fondo de «Ilimiti dello sviluppo» non regge, ma anche le equazioni lineari dell’analisi dei sistemi, che con la loro asetticità informatica incutevano tanta soggezione, in realtà erano sballate: una truffa che ravvicinava i presunti tempi di esaurimento. Ma i tempi non furono certo definiti dagli informatici del MIT.

L’oracolo aveva parlato e la realtà doveva adeguarsi. Nel 1973 scoppiò la crisi petrolifera che fu allora così spiegata: il petrolio è una risorsa limitata e gli arabi, che si sono fatti furbi, adesso se la tengono stretta; il Club di Roma ha ragione, siamo costretti a limitare i nostri consumi e soprattutto i tassi di natalità.

Quello che accadde in realtà è descritto in termini ben diversi dall’allora ministro del petrolio saudita, lo sceicco Ahmed Zaki Yamani. In una intervista all’Observer pubblicata il 14 gennaio 2001, Yamani ha tra l’altro affermato: “Sono certo al 100% che dietro l’aumento del prezzo del petrolio vi fossero gli americani. Le imprese petrolifere versavano in serie difficoltà perché avevano contratto molti debiti e per salvarsi avevano bisogno di un’impennata dei prezzi petroliferi”. L’Observer spiega inoltre che Yamani “dice di essere giunto a tale conclusione dal comportamento dello scià d’Iran che, un giorno del 1974, abbandonò la posizione che condivideva con i sauditi, secondo cui un’impennata dei prezzi avrebbe rappresentato un pericolo per l’OPEC in quanto avrebbe alieneato il favore degli USA, e passò a sostenere un rialzo dei prezzi”. Yamani ha aggiunto: “Re Faisal mi mandò dallo scià d’Iran il quale mi disse: ‘Perché siete contro l’aumento del prezzo del petrolio? Non è ciò che vogliono? Chiedetelo ad Henry Kissinger: è lui che vuole che si aumentino i prezzi’.”

L’Observer aggiunge: “Yamani sostiene che la prova di questa sua vecchia convinzione recentemente è apparsa nelle minute di un incontro segreto che si tenne in un’isola svedese, in cui alti funzionari britannici e statunitensi si accordarono per orchestrare un aumento del 400% del prezzo del petrolio”.

Un importante incontro segreto, forse l’unico che può corrispondere a quello indicato da Yamani, è stato denunciato da un libro dell’EIR (F.W. Engdahl, «A century of War» – Böttiger Verlag, 1993 – l’autore dispone di copia delle minute). Si tenne nel maggio 1973 nell’isola di Saltsjoebaden, nelle tenute delle famiglia bancaria dei Wallenberg. Scopo dell’incontro era quello di mettere a punto un piano per effettuare il salvataggio del dollaro, che perdeva quota da quando era stato sganciato dall’oro nel 1971. Il piano prevedeva, secondo un termine caro ad Henry Kissinger, il “riciclaggio” del flusso di petrodollari che sarebbe stato presto creato. L’incontro, a cui parteciparono 84 personaggi, tra cui Zbigniew Brzezinski, fu organizzato dal Gruppo Bilderberg, un’élite di potere costituita e presieduta dal principe Bernardo d’Olanda (tessera nazista N° 2583009 e fondatore del WWF insieme a Filippo d’Edimburgo).

Il Club di Roma, con la sua teoria malthusiana, fornì così il primo paravento ideologico al salvataggio di un sistema finanziario entrato in crisi.

Il NSSM-200

In quegli stessi anni Henry Kissinger, che rivestiva l’incarico di Consigliere di Sicurezza Nazionale di Nixon, mise in cantiere uno studio segreto che avrebbe determinato tutta la politica estera successiva degli Stati Uniti.

Si tratta del National Security Study Memorandum 200 (NSSM-200). Il memorandum segreto, sottoscritto da Henry Kissinger il 24 aprile 1974, fu inoltrato solo ad alcuni esponenti al vertice del governo e allo stato maggiore della Difesa.

Il titolo: “Implicazioni della crescita della popolazione mondiale per la sicurezza nazionale e gli interessi degli USA all’estero”.

Nello studio si auspicava il controllo della natalità, soprattutto in 13 paesi del terzo mondo: India, Bangladesh, Pakistan, Nigeria, Messico, Indonesia, Filippine, Thailandia, Egitto, Turchia, Etiopia, Colombia e, in maniera speciale, Brasile. Nel documento si presentava la necessità di evitare che questi paesi si sviluppassero, tanto da poter diventare delle potenze mondiali. In tal modo sarebbe stato possibile conservare le loro risorse naturali, per gli USA, anche se questi, come ammette lo stesso studio, con il 6% della popolazione mondiale, consumavano già un terzo di tutta la produzione mondiale.

L’interesse della sicurezza USA, dice lo studio, sta soprattutto nelle materie prime considerate “strategiche e critiche”:

“L’ubicazione delle riserve conosciute dei minerali di qualità comporta una dipendenza crescente di tutte le regioni industrializzate dalle importazioni dai paesi meno sviluppati. I problemi reali dell’approvvigionamento dei minerali non stanno tanto nella loro essenziale disponibilità fisica, quanto piuttosto nei termini politico-economici della loro accessibilità, nei termini di esplorazione ed estrazione, e nella divisione dei benefici tra produttori, consumatori e governi dei paesi ospiti”.

La mancanza di stabilità politica nei paesi meno sviluppati comprometterebbe l’estrazione e la fornitura delle risorse dai cui gli USA dipendono. “Sebbene la pressione demografica non sia ovviamente il solo fattore in gioco, frustrazioni di questo tipo sono molto meno probabili in condizioni di crescita demografica lenta o zero”.

“Per prevenire l’interruzione delle forniture si potrà ricorrere a qualsiasi mezzo. L’economia USA richiederà quantitativi grandi e crescenti di minerali dall’estero, specialmente dai paesi meno sviluppati. Per questo fatto gli USA hanno un maggiore interesse nella stabilità politica, economica e sociale dei paesi fornitori. Dove una riduzione della pressione demografica, riducendo i tassi di natalità, può aumentare la prospettiva di tale stabilità, la politica demografica diventa essenziale per le forniture delle risorse e per gli interessi economici degli Stati Uniti.”

Il “pericolo” è descritto nel rapporto in questi termini:

“19. Le conseguenze politiche dei fattori demografici attuali nei paesi meno sviluppati ... sono controproducenti per la stabilità interna e i rapporti internazionali di quei paesi che gli USA hanno interesse a veder avanzare, creando così problemi politici o persino di sicurezza nazionale per gli USA. In senso generale si corre un rischio capitale di danni gravi ai sistemi economico, politico ed economico mondiali e, compromettendo questi sistemi, ai nostri valori umanitari.”

“29. ... Questo richiede che l’attuale tasso di crescita [demografica] del 2 percento scenda all’1,7 percento in un decennio e all’1,1 percento nel 2000. In rapporto alla proiezione media dell’ONU questo comporta 500 milioni di persone in meno nel 2000 e 3 miliardi in meno nel 2050. Per raggiungere questi obiettivi occorrono programmi demografici molto più ampi. Una base per definire i traguardi del controllo demografico nazionale per arrivare a questi traguardi mondiali è contenuta nel Word Population Plan of Action.”

“30. Il Word Population Plan of Action non ha facoltà impositiva e richiede perciò gli sforzi vigorosi dei paesi interessati, gli organi dell’ONU ed altri organismi internazionali affinché trovi esecuzione. La leadership degli Stati Uniti è essenziale.”

La politica ufficiale non è più segreta

In quello stesso 1974, gli interessi dei Rockefeller furono i più impegnati nell’organizzazione di una conferenza dell’ONU sul tema della popolazione, a Bucarest, e in tale sede cercarono di far approvare misure di controllo demografico. Ma il Vaticano, la Cina, diversi paesi dell’Europa orientale e del terzo mondo, e l’allora nascente movimento di Lyndon LaRouche in Europa, riuscirono ad affossare quel tentativo.

L’anno successivo il Rockefeller Brothers Fund varò il progetto “Environment Agenda Task Force”, diretto da Gerald O. Barney, allo scopo di inquadrare tutto il movimento ecologista negli USA, che fino ad allora procedeva in ordine sparso. In parallelo, il tema malthusiano diventò l’argomento di lavoro principale anche al Council on Foreign Relations (CFR), il principale centro studi della politica USA. Il CFR mise in cantiere il “Project 1980s”, affidato alla direzione di Cyrus Vance, Zbigniew Brzezinski e Paul A. Volcker che di lì a poco si trasferiranno al governo, sotto Carter, per ricoprire rispettivamente gli incarichi di Segretario di Stato, di Consigliere di Sicurezza Nazionale e di governatore della Federal Reserve.

Il progetto anni Ottanta e la Task Force rockefelleriana, che riuniva le 13 principali formazioni ecologiste USA, arrivarono alle stesse identiche conclusioni, che furono riassunte nella “The unfinished agenda”:

• Definire un obiettivo nazionale per la riduzione della popolazione

• Incoraggiare la sterilizzazione nel Terzo Mondo

• Restrizioni all’immigrazione negli USA dalle zone depresse

• Legare ogni forma d’aiuto all’estero alla condizione di crescita demografica zero

• Ridurre l’intensività dell’agricoltura negli USA

• Rinunciare alla chimica nell’agricoltura (fertilizzanti e pesticidi)

• Abbandonare in futuro la fissione nucleare

• Limitare l’espansione del consumo di elettricità

• Ridurre l’espansione della rete autostradale

Entrato alla Casa Bianca nel gennaio 1977, Carter affidò subito a James R. Schlesinger tutta la politica energetica ed ambientale del paese. Schlesinger si dedicò a coordinare il suo lavoro con i leader del movimento ecologista USA, sostenendone le iniziative.

Il piano energetico nazionale, messo a punto nel 1980, non differiva sostanzialmente dalla “Unfinished agenda” della Task Force ambientalista rockefelleriana.

In questo contesto di ecologismo che diventa politica ufficiale cominciarono a susseguirsi, dalla fine del 1976, le manifestazioni violente degli ecologisti contro le centrali nucleari: Seabrook negli USA, Brokdorf nella Germania Federale e Créys-Malville in Francia. Nello stesso anno anche in Italia si tennero le prime grandi manifestazioni antinucleari, in particolare contro la centrale di Montalto di Castro e quella proposta a San Benedetto Po. In pratica quella era la nuova impostazione di “politica estera” di Kissinger, il quale qualche anno più tardi ammise di non essersi ispirato alla tradizione americana di Roosevelt ma a quella del colonialismo britannico. L’imposizione di quella politica kissingeriana passò per “esempi terribili” come il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, il quale fu tra l’altro un aperto fautore del nucleare.

 

Global 2000

Nel 1979 il Presidente Carter ordinò un nuovo studio, intitolato Global 2000, sotto la coordinazione del Segretario di Stato Cyrus Vance e del Consigliere di Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski. A dirigere lo studio fu chiamato Gerald O. Barney che abbiamo già incontrato a capo del pensatoio ecologista rockefelleriano. Al rapporto contribuirono centinaia di esperti del WWF, dell’International Institute for Environment and Development, dell’Institute for World Order (fondato da Douglas Dillon su indicazione di Bertrand Russell), del Population Crisis Committee/Draper Fund, dell’Aspen Institute e di tante altre associazioni.

Il Global 2000 fu in pratica l’istituzionalizzazione di una commissione che era stata fondata nel 1965, l’“Agenda for the Year 2000”, sotto la presidenza di Daniel Bell, il teorico della società post-industriale e membro del Council on Foreign Relations. Nella commissione figuravano Zbigniew Brzezinski e Samuel P. Huntington, oggi famosi come i principali animatori dello “scontro di civiltà”.

L’aspetto nuovo rappresentato dal Global 2000 è che abbinava l’arroganza imperiale del NSSM-200 alla divulgazione massmediale de «Ilimiti dello sviluppo». Come il libro del Club di Roma, il Global 2000 fu oggetto di una pubblicità straordinaria, tanto che non c’era ufficio pubblico che si rispettasse negli USA che non ne avesse almeno una delle centinaia di migliaia di copie stampate a spese del governo. Il rapporto fu ristampato anche in Inghilterra come paperback e tradotto in molte lingue. Ma, a differenza del testo sacro del Club di Roma, non rifletteva più l’esigenza di arrampicarsi sugli specchi malthusiani per giustificare una scelta di politica strategica. L’urgenza di ridurre la popolazione mondiale è data per partito preso, senza pretese giustificazioni. A pagina 526 del Global 2000 si legge:

“Il modello [impiegato in questo rapporto] implicitamente presume anche che il sistema economico esistente e le sue istituzioni finanziarie siano fondamentalmente sane ... Questi presupposti evidentemente indicano che le recenti richieste dei paesi meno sviluppati per un nuovo ordine economico mondiale non saranno esaudite. [Il modello] Simlink non è stato concepito per tener conto di questa questione ... Un tale Nuovo Ordine Economico comprenderebbe dei grandi cambiamenti nella struttura dell’industria mondiale, una nuova divisione internazionale del lavoro, ed un drastico cambiamento dell’influenza relativa del mondo occidentale nel sistema economico internazionale”.

In altre parole si dice che il sistema è questo e resta al suo posto: così concepito esso non è in grado di provvedere alla naturale crescita demografica e pertanto occorrono misure per impedirla, ogni freno allo sviluppo sarà un punto di forza nella salvaguardia di questo sistema.

In termini più formali, l’impostazione del rapporto è la seguente. Nelle previsioni per il 2000 si guarda, da un lato, al numeratore della frazione, che è il totale del consumo e produzione delle risorse disponibili alla società, dall’altro lato si guarda al denomintore, e cioè il livello demografico. Se si decide che la società non sarà in grado di aumentare sostanzialmente la ricchezza effettivamente disponibile alla popolazione – come recita la citazione sopra riferita – occorre necessariamente intervenire sul denominatore, con ogni politica ritenuta opportuna a contenere la crescita della popolazione.

Una considerazione di economia politica essenziale, davvero rilevante per la questione nucleare, è che i paesi meno sviluppati possono sperare di arrivare anch’essi all’industrializzazione soltanto come conseguenza di un incremento dei tassi di sviluppo del settore avanzato. Di conseguenza, l’atrofia tecnologica del settore industrializzato rappresenta la condanna a morte dei paesi poveri. Nel rapporto invece si legge:

“Nel modello i tassi di crescita economica dei paesi meno sviluppati non hanno alcun influsso sui tassi di crescita dei paesi industrializzati, che, a loro volta, non interferiscono sulla capacità dei paesi industrializzati di investire nei paesi meno sviluppati.”

Così insomma si razionalizza la decisione di relegare i paesi poveri al ruolo di esportatori di materie prime, per le quali il rapporto “prevede” una costante diminuzione dei prezzi. Un’altra “previsione”, annunciata e non motivata, è il costante aumento della bolletta energetica del 5% annuo.

Mentre a parole il Global 2000 riconosce l’importanza dello sviluppo tecnologico, di fatto però non ne tiene mai conto nelle sue proiezioni, tanto che a pagina 7 del primo volume esclude lo sviluppo e l’applicazione dell’energia di fusione, a pagina 547 del secondo volume esclude salti qualitativi sostanziali nelle tecnologie agricole, e a pag. 68 del secondo volume esclude salti qualitativi notevoli nelle lavorazioni industriali.

Internazionalizzazione

Anche in questa occasione a livello internazionale si dimostrò subito che il nuovo indirizzo era stato docilmente recepito. La Commissione Nord-Sud dell’Internazionale Socialista riprendeva praticamente parola per parola le raccomandazioni programmatiche del Global 2000: controllo delle nascite, tecnologie arretrate per il terzo mondo, risparmi energetici, ecc. Dovrebbe essere così evidente come la politica dell’harakiri referendario in Italia non fosse altro che un ossequio alla “voce del padrone”. Lo stesso dicasi per “l’adeguamento” dei tassi di crescita demografica italiani alle direttive NSSM-200 e Global 2000.

L’ordine di “internazionalizzare” il movimento fu dato a Toronto, nel luglio 1980, in occasione della “Prima conferenza mondiale sul futuro” a cui parteciparono 6000 delegati da 45 paesi. Dopo il saluto della regina Elisabetta, Maurice Strong tenne il discorso principale intitolato “Pensare globalmente, agire localmente”: la rete ecologista internazionale fu così saldata in un’unica struttura globalizzatrice. Non dovrebbe destare meraviglia che questo raduno di verdi, pacifisti, antinucleari, punks, autonomi e terroristi, con tutte le infiltrazioni dei servizi, sia stato lautamente finanziato da IBM Canada, Royal Bank of Canada, Sun Life Assurance e Xerox Corp.

Riallineamento destra-sinistra

Occorre notare che mentre Carter non fu rieletto nel novembre 1980, il suo successore Ronald Reagan non rappresentò un’inversione di tendenza della politica neo-malthusiana.

Carter era stato portato al potere dalla Commissione Trilaterale di Brzezinski, che riconosceva come propria politica dichiarata quella della “disintegrazione controllata dell’economia mondiale”, che fu realizzata soprattutto da Paul Volcker alla Federal Reserve. Ma Ronald Reagan continuò di fatto sulla stessa strada perché non ripudiò la politica della Trilaterale, come aveva promesso, e mantenne la politica della “disintegrazione controllata” che personalizzò sotto il nome di reaganomics.

Il contingente dei fautori più ideologizzati della crescita zero, inserito nella compagine di governo dalla Trilaterale, rimase per lo più al suo posto. Al Consiglio per la Sicurezza Nazionale fu creato un nuovo “Gruppo ad Hoc per i problemi della popolazione”.

Non solo, ma visto che fino a quel punto il movimento aveva assunto una piega di sinistra, alla conferenza di Toronto si presentò l’austriaco Robert Jungk, legato alla Nouvelle Droite francese, che lanciò un appello per la creazione di “una nuova internazionale con altri scopi, diversi da quelli perseguiti dalla Internazionale Socialista dei decenni passati”, un’internazionale verde.

Con lui era daccordo il più famoso terrorista neonazista tedesco Michael Kuehnen, capo del Gruppo Azione Nuova Destra che in un’intervista al Deutsches Sontagsblatt spiegava che ormai l’idea di sinistra veniva a cadere, restava il movimento pacifista e antinuclearista: “E posso facilmente immaginare i giovani nazionalsocialisti dimostrare congiuntamente (con i Verdi Ndr) contro la nuova pista dell’aeroporto di Francoforte come contro il caro-affitti. L’abbiamo sempre detto, anche noi siamo socialisti.”

Era la politica dichiarata del Club, nelle parole del suo esponente francese Maurice Guernier: “Il movimento ecologista, i partiti verdi rappresentano la chiave (nella marcia) verso il potere. Il Club di Roma ha fondato questi partiti. Essi ... sono per noi utilissimi perché vanno oltre i limiti e perché raggruppano sia la sinistra che la destra, che il centro.”

 

Non è stata persa solo una tecnologia

L’opera dirompente del “Cavallo di Troia” del Club di Roma, in coordinazione con molti altri enti e organismi, soprattutto quelli della politica estera USA, è stata così riassunta da Aurelio Peccei in Cento pagine per l’Avvenire:

“Questi gruppi sono diventati innumerevoli. Nati sparsi, su ogni tipo di fronte e con differenti obiettivi. Essi sono il movimento per la pace, per la liberazione della donna, i sostenitori delle minoranze, per il controllo delle nascite, i movimenti di liberazione nazionali, i difensori delle libertà civili e dei diritti umani; gli apostoli della tecnologia con un volto umano e dell’umanizzazione del posto di lavoro; i lavoratori sociali e i militanti per un cambiamento sociale; gli ambientalisti, gli amici della natura e degli animali; i difensori dei consumatori, i contestatori non violenti, gli obiettori di coscienza, ecc ... È una specie di armata popolare, attiva e potenziale ... E un giorno sarà necessario trovare i mezzi per consolidare i loro sforzi sparsi e dirigerli verso obiettivi strategici.” Senz’altro il referendum antinucleare fu uno di questi obiettivi.

A questo riguardo è indispensabile rendersi conto del livello ben più profondo intaccato dal “Cavallo di Troia”, come fu allora posto in risalto da Lyndon LaRouche, ad esempio in un discorso del 1982:

“Materialmente è impossibile raggiungere i livelli di spopolamento proiettati dagli autori di Global 2000 soltanto con il controllo delle nascite. La promozione del controllo delle nascite, l’aborto gratuito non sono la vera preoccupazione e lo scopo delle forze dietro il Club di Roma ... i passi di condizionamento politico: primo controllo delle nascite, secondo aborto gratuito, terzo eutanasia sono essenzialmente tattiche miranti ad erodere gradualmente l’impegno giudeo-cristiano a riconoscere la sacralità della vita, sovvertire la moralità giudeo-cristiana fino al punto in cui le popolazioni dell’Alleanza Atlantica non saranno in grado di resistere alle forme sfacciatamente hitleriane di genocidio contro quelle che il dott. Alexander King [del Club di Roma] definisce come le ‘razze inferiori’.”

Questo è ciò che oggi stiamo vivendo con la politica dello scontro di civiltà e con la politica di genocidio che imperversa in Africa.

 

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1. In una lettera a Gamel Brenan del settembre 1945 B. Russell scrisse:

“C’è una cosa, ed una cosa sola, che potrebbe salvare il mondo, cioè una cosa che non mi sognerei di proporre. Ossia, che l’America scateni la guerra contro la Russia nei prossimi due anni, stabilendo un impero mondiale con l’uso della bomba atomica. Ciò non sarà fatto.”

Dopo che Stalin respinse il piano Baruch, che prevedeva di porre il nucleare sotto la sovranità di un governo mondiale in seno all’ONU, Russell tenne un discorso alla Royal Empire Society intitolato: “Conseguenze internazionali della guerra atomica” in cui affermò:

“Penso che si possa stringere una potente alleanza che si rivolga alla Russa e dica: «Spetta a voi unirvi a questa alleanza se siete daccordo con le proposte; se non vi unirete a noi vi faremo la guerra». Tendo a credere che la Russia accetterebbe; se no, a condizione che ciò sia fatto alla svelta, il mondo potrebbe sopravvivere alla guerra che risulterebbe da tutto questo, ed emergere da ciò con un singolo governo quale esso abbisogna.”

In un articolo del settembre 1946 sul The Bulletin of the Atomic Scientists di Leo Sziliard, Russell propose di fare leva sul terrore nucleare per imporre alle nazioni la rinuncia alla sovranità in favore di un governo mondiale. Lo stesso Russell fondò nel 1960 il suo famoso movimento pacifista/antinuclearista con due scopi:
1) riscuotere consensi per un “governo mondiale”, al di sopra dei governi, a cui riconoscere autorità sugli arsenali nucleari;
2) utilizzare la facile campagna contro la guerra nucleare per colpire di sponda lo sviluppo del nucleare civile.


L’articolo è pubblicato nel numero del luglio 2002 di Solidarietà, il bollettino d'informazione del Movimento Solidarietà che i non iscritti possono richiedere a [email protected]

 




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