Mentre la guerra di aggressione statunitense-israeliana contro l’Iran è ormai entrata nella sua quinta settimana, e dopo che gli Stati Uniti hanno prorogato al 6 aprile il termine per attaccare le infrastrutture energetiche iraniane, Donald Trump continua ad affermare che i negoziati con la “nuova” dirigenza iraniana “stanno andando bene”. Tale affermazione è stata ripetutamente smentita da Teheran e persino contraddetta dallo stesso capo della diplomazia di Trump, Marco Rubio, mentre Israele ha continuato a bombardare infrastrutture energetiche e impianti sul territorio iraniano.
Rimane la grande domanda: Trump è davvero interessato a portare avanti i negoziati, o sta utilizzando il tempo per preparare un attacco più devastante, compresa un’operazione militare di terra? Il dispiegamento, attualmente in corso, di migliaia di paracadutisti della “super élite” della 82a Divisione aviotrasportata dell’esercito statunitense nella regione, oltre alle altre 50.000 truppe già presenti, indicherebbe che è in programma qualcosa di grande e altamente pericoloso.
Non si può escludere nemmeno l’uso di un’arma nucleare “piccola” e tattica, anche da parte del folle regime israeliano.
Donald Trump, tuttavia, deve affrontare un’immensa pressione interna, da parte degli elettori ma anche da parte di esperti militari che non fanno parte delle cerchie dei neo-crociati, i sionisti cristiani del Segretario alla Difesa Pete Hegseth (foto). A ciò va aggiunto il fatto che, secondo un articolo del New York Times del 27 marzo basato su fonti militari, la campagna di attacchi con droni e missili dell’Iran contro le tredici basi statunitensi nella regione del Golfo Persico ha reso la maggior parte di esse inservibili.
Nel frattempo, i paesi che ospitano le basi hanno subito attacchi a settori essenziali delle loro economie, che dipendono fortemente dalla produzione di petrolio e gas. I leader dei paesi del Golfo sanno di non potersi più fidare di Washington per la loro sicurezza, ma non vogliono o non possono ribellarsi direttamente contro gli Stati Uniti. Certamente la dichiarazione oltraggiosa di Donald Trump della scorsa settimana a una conferenza sugli investimenti sponsorizzata dall’Arabia Saudita, secondo la quale il principe ereditario saudita avrebbe finito per “baciarmi il c…”, non è stata ben accolta.
Pertanto, ci sono importanti segnali di controtendenza. L’incontro dei ministri degli Esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia tenutosi a Islamabad il 29-30 marzo è uno di questi. Il governo pakistano si è inoltre offerto di ospitare colloqui tra negoziatori iraniani e americani.
Ma per garantire effettivamente la pace e la stabilità nella regione è necessario un approccio molto audace. E questo sarà discusso durante la tavola rotonda d’emergenza che EIR ha programmato per il 6 aprile (cfr. https://eir.news/).