La trappola in cui l’amministrazione Trump si è cacciata in Iran ha portato i media occidentali alla narrazione secondo cui dietro l’attacco Israelo-americano “non vi è alcuna strategia”. A prescindere dal successo o fallimento dell’operazione, questa narrazione si scontra con la linea politica delineata nei due documenti strategici pubblicati nel dicembre 2025 e nel gennaio 2026: la Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America 2025 (https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf ) e la Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti d’America 2026 (https://media.defense.gov/2026/Jan/23/2003864773/-1/-1/0/2026-NATIONAL-DEFENSE-STRATEGY.PDF ). Sebbene con alcune differenze tra i due documenti, la strategia alla base dell’attacco all’Iran è lì per chiunque voglia vederla, come la Lettera rubata del celebre racconto di Edgar Allan Poe.
La strategia è: contenere la Cina e, in secondo luogo, impadronirsi delle risorse strategiche. I due documenti, specialmente il primo, sono piuttosto espliciti sulla motivazione alla base della strategia di contenere la Cina e controllare le risorse, in particolare petrolio e gas: mantenere la supremazia del dollaro statunitense nel sistema finanziario globale.
È un buon esercizio pedagogico confrontare la dinamica del crollo in corso del sistema finanziario globale basato sul dollaro con lo sviluppo della strategia “get Iran”. Come ha rivelato il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent (foto) il 20 gennaio scorso, durante un’intervista al Forum economico mondiale di Davos, la politica statunitense aveva contribuito a creare una “carenza di dollari” in Iran, provocando il crollo della valuta e le proteste. La guerra economica era iniziata con la reintroduzione di dure sanzioni internazionali nel settembre 2025.
Proprio in quel periodo, i trader avevano iniziato a intravedere l’avvicinarsi del prossimo crollo finanziario globale, come riportato dall’EIR (https://eir.news/2025/09/news/traders-worried-that-the-everything-bubble-might-explode/), e le autorità di regolamentazione avevano lanciato un allarme sulla bolla del cosiddetto credito privato (https://eir.news/2025/09/news/the-ecb-on-the-coming-financial-crisis/). Nello stesso periodo, si intensificarono le minacce di Donald Trump contro i BRICS, nel caso avessero cercato di sostituire il dollaro nel commercio internazionale. Naturalmente, non c’era alcun pericolo imminente che ciò potesse accadere. L’unica minaccia imminente per il dollaro era il dollaro stesso!
Gli avvertimenti delle autorità finanziarie sull’imminente crollo della bolla del credito privato hanno continuato a susseguirsi per tutto novembre e dicembre. Alla fine del 2025, la guerra economica contro l’Iran ha iniziato a dare i suoi frutti: nella seconda metà del mese, il crollo del rial ha subito un’accelerazione e sono iniziate le proteste. Il governo di Teheran ha riconosciuto che le proteste erano legittime, ma sono successivamente degenerate in episodi di violenza, scatenati da provocatori e agenti israeliani.
Parallelamente all’escalation in Iran, la liquidità si stava prosciugando in modo molto più drammatico nei mercati globali, tanto che la Federal Reserve dovette intervenire con massicci iniezioni alla fine di ottobre, novembre e dicembre, per un totale di 268 miliardi di dollari, una portata mai vista dai tempi del lockdown per il Covid. La crisi di liquidità era stata causata dal crescente numero di segnalazioni di insolvenze nel settore del credito privato (per una spiegazione di che cosa sia il credito privato, vedi https://eir.news/2025/11/news/financial-markets-worried-because-of-ai-and-private-credit-garbage/.
L’ultimo tocco ai preparativi per la guerra è stata la narrazione secondo cui “30-40.000” manifestanti sarebbero stati uccisi nelle prime settimane dell’anno dal regime degli ayatollah. Come abbiamo riportato (https://eir.news/2026/02/news/expose-the-false-figures-on-iran-protest-victims/), tale cifra era totalmente inventata, ma era funzionale a giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, che il nemico che gli Stati Uniti stavano per attaccare fosse un regime crudele e terrorista, che sterminava il proprio popolo.
Giusto in tempo. Venerdì, alla chiusura del mercato, il Dow Jones aveva perso 800 punti. Alla riapertura dei mercati il lunedì, dopo due giorni di attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, si è scongiurato un crollo totale, anche se non si è mai verificata una ripresa trainata dalla guerra – cosa che a Washington avevano sicuramente sperato.
Mentre una guerra contro un nemico esterno è la ricetta classica nell’armamentario dei governi impopolari, essa presenta pro (pochi) e contro (molti). Questa volta, questi ultimi potrebbero essere schiaccianti e impossibili da affrontare per il governo degli Stati Uniti.