Gli Stati Uniti lanceranno un attacco contro l’Iran nei prossimi giorni? Si tratterà di un attacco limitato o massiccio? Sono queste le domande che si pongono gli strateghi. Come al solito, con Trump non c’è una risposta prevedibile. Qualora l’attacco avvenisse, potrebbe avere conseguenze incalcolabili.
Benché il conflitto che coinvolge l’Iran sia al momento la causa maggiore di allarme, anche le tensioni intorno all’Ucraina rimangono elevate. Nonostante i colloqui positivi tenutisi la scorsa settimana a Ginevra, l’amministrazione Trump ha proceduto a rinnovare le sanzioni contro la Russia per un altro anno. Ma molto più inquietante è l’attacco sferrato il 21 febbraio da droni ucraini contro la fabbrica di armi di Votkinsk in Russia, descritta come un’officina fondamentale per i missili strategici, compresi i missili Iskander e Oreshnik. L’ex ispettore delle Nazioni Unite per le armi Scott Ritter ha commentato che “Votkinsk è il cuore e l’anima dell’industria della difesa strategica russa. E ora è stata attaccata con un’arma progettata dai britannici utilizzando informazioni fornite dalla CIA. Questo attacco è quanto di più simile a un atto di guerra da parte sia degli Stati Uniti che del Regno Unito si possa immaginare”.
All’interno dell’Unione Europea, la “Coalizione dei volenterosi” è intenzionata a continuare la guerra, anche se i ministri degli Affari Esteri dell’UE, riuniti il 23 febbraio a Bruxelles, non sono riusciti ad approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, né il mega prestito di 90 miliardi di euro a Kiev proposto dalla Commissione, a causa del veto dell’Ungheria.
Tornando all’Asia sud-occidentale, i commenti dell’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee a sostegno di un “Grande Israele” hanno creato scalpore nella regione. Quando, il 22 febbraio, Tucker Carlson gli ha chiesto se Israele avesse diritto alla terra che si estende “dal Nilo all’Eufrate”, come dice la Bibbia, l’ambasciatore ha risposto che “andrebbe bene se la prendessero tutta”. Nel giro di 48 ore, quattordici governi del Medio Oriente, insieme all’Organizzazione della Cooperazione Islamica e alla Lega degli Stati Arabi, hanno rilasciato una dichiarazione in cui condannavano fermamente tali commenti. Essi sottolineano inoltre, a ragione, che il punto di vista di Huckabee mina la politica espressa dallo stesso Donald Trump.
Tale visione, ovviamente, è anch’essa problematica, come è emerso chiaramente durante la prima riunione del Consiglio della pace per Gaza il 19 febbraio. È noto che l’amministrazione Trump dipende dal sostegno di numerosi governi mediorientali, anche dal punto di vista finanziario. La Casa Bianca ha appena dovuto ammettere, seppur con riluttanza, la situazione disastrosa dell’economia degli Stati Uniti.
Una politica molto diversa è stata proposta da Diane Sare (foto), candidata indipendente alla presidenza degli Stati Uniti, nel suo discorso sullo “Stato dell’Unione”, pronunciato il giorno prima di quello di Donald Trump. Il suo programma sarà presentato anche alla conferenza del 2 marzo, sostenuta dallo Schiller Institute.