Come sottolinea l’EIR Daily News del 29 settembre, l’unica cosa che la guerra illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha prodotto è un duro colpo all’economia globale, con le conseguenze peggiori ancora da venire. Solo per citare alcuni aspetti della crisi:
Il commercio globale di fertilizzanti è diminuito del 20-25% dall’inizio della guerra, costringendo gli agricoltori a ricorrere a metodi di coltivazione alternativi che richiedono meno fertilizzanti e a ridurre la superficie coltivata;
Si stima che la produzione di cereali scenderà del 2,5% rispetto a un anno fa, aggravando una situazione già fragile in cui oltre due miliardi di persone non dispongono di un’alimentazione adeguata e 300 milioni si trovano in una grave emergenza alimentare;
Le scorte di carburante si sono progressivamente ridotte negli ultimi sei mesi e ora stanno diminuendo di oltre 6 milioni di barili di petrolio al giorno a livello globale (gli attacchi con droni e missili ucraini alle raffinerie russe hanno aggravato il problema);
I prezzi del gasolio sono saliti alle stelle negli Stati Uniti, che non sono certamente il Paese più colpito, raggiungendo il record storico di 6,52 dollari al gallone il 22 settembre. A livello mondiale, ciò ha provocato una crisi per i settori produttivi di ogni nazione;
I prezzi dello zolfo sono ora superiori di oltre il 190% rispetto a un anno fa, una conseguenza diretta della chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale veniva trasportata quasi la metà dello zolfo mondiale, come sottoprodotto del trattamento del gas acido e del petrolio nella regione. Ciò ha messo in ginocchio l’industria mondiale, in particolare la produzione di fertilizzanti.
A peggiorare le cose, l’amministrazione Trump sta ora valutando un divieto di esportazione del gasolio o misure correlate per cercare di abbassare i prezzi del carburante prima delle elezioni di medio termine. La notizia ha già provocato onde d’urto in tutto il mondo.
Allo stesso tempo, i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense stanno salendo, con il titolo decennale che il 28 settembre ha superato il 5,2%. Un articolo del Financial Times del 22 settembre ha persino ammesso ciò che pochi hanno osato dire, ovvero che la Federal Reserve sta attuando un vero e proprio quantitative easing stampando moneta e ampliando il bilancio attraverso l’acquisto di titoli del Tesoro dalle grandi banche di Wall Street. La Fed ha avviato questa politica nel novembre 2025, dopo aver concluso la fase di “inasprimento” quasi un anno fa. Pertanto, nonostante i tanto sbandierati sforzi per frenare l’inflazione, la Fed ha continuato a salvare le grandi banche al ritmo di 40 miliardi di dollari al mese, aiutandole al contempo a ridurre le loro posizioni in titoli del Tesoro. Nel caso non fosse chiaro, i fondamentali sottostanti non sembrano affatto positivi.
I numeri indicano chiaramente il fallimento di questa politica e richiedono a gran voce un cambiamento radicale verso un nuovo paradigma.