Nella sua prima enciclica, papa Leone XIV ha respinto in termini inequivocabili il concetto di “guerra giusta”: “Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa, intesa nel senso più stretto.”, ha scritto il Papa (Magnifica Humanitas, 192).
In un articolo pubblicato contemporaneamente su L’Osservatore Romano e su Vatican News (quest’ultimo in diverse lingue) il 6 ottobre, il prof. Luigi Franco Pizzolato rafforza la campagna del Papa, dimostrando che la dottrina della “guerra giusta” è erroneamente attribuita a sant’Agostino.
Pizzolato, professore emerito di Letteratura cristiana antica presso l’Università Cattolica di Milano, è uno dei massimi esperti di sant’Agostino. La pubblicazione del suo articolo su L’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale del Vaticano, significa che le sue opinioni sono condivise dalle massime autorità vaticane, forse dallo stesso Papa.
Con il titolo “Le riserve di sant’Agostino sulla “guerra giusta” (https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-10/quo-227/le-riserve-di-sant-agostino-sulla-guerra-giusta.html) il prof. Pizzolato dimostra che Agostino era contrario alla guerra anche quando questa potesse sembrare giustificata. La prova più evidente di ciò è la denuncia da parte di Agostino delle tattiche dell’Impero Romano volte a creare presunte minacce militari per giustificare “guerre giuste” di aggressione.
“Agostino constata che nella storia del mondo, in una umanità peccatrice, la guerra giusta è una condizione che, rigorosamente parlando, non esiste, perché nella realtà fattuale anche la guerra giusta è effetto e causa di peccato e serve tutt’al più a mascherarlo. L’ultramillenario Stato romano aveva esteso il suo dominio proprio invocando il principio della ‘guerra giusta’. Prendendo infatti a pretesto atti di ingiustizia (reali o presunti) che emergevano in varie parti del mondo, Roma interveniva con la guerra, formalmente per sanarli, ma in realtà per accrescere il suo impero e creare un suo ordine: ‘L’ingiustizia di quelli contro cui sono state fatte guerre giuste ha favorito l’accrescimento del potere di chi le ha fatte […] L’ingiustizia ha molto collaborato all’accrescimento del potere e creava gli ingiusti affinché ci fossero soggetti contro i quali si potessero fare guerre giuste e aumentare il potere’ (De Civitate Dei, IV, 15).
L’analogia con la realtà contemporanea è sorprendente.
In un altro passo de “La Città di Dio”, Agostino scrisse che uno Stato “non riuscirà mai a dominare stabilmente su coloro che sia riuscito a soggiogare con le sue vittorie belliche” (De Civitate Dei, XV, 5).
E più avanti, Agostino sostiene che “il sapiente è insofferente verso le guerre ‘giuste’ perché, in quanto giuste, egli si sente in dovere di farle, ma, così facendo, contravviene al suo ruolo di sapiente. Infatti, per restare fedele alla sua natura, egli non dovrebbe trarre necessità di guerra nemmeno dall’ingiustizia” (De Civitate Dei, XIX, 7). “Mentre nella prima osservazione Agostino, in qualità di storico, mette in luce la volontà di potere storicamente insita nella guerra giusta – che serve invece a promuovere l’imperialismo della parte più forte – nella seconda, in qualità di saggio, individua la contraddizione insita nel concetto stesso di guerra giusta”, scrive Pizzolato.
“Mi pare che nella prospettiva agostiniana la guerra giusta rappresenti la latenza, sotto mentite spoglie, di quel peccato che, secondo l’oscura e suggestiva espressione genesiaca (Genesi, 4, 7), sta accovacciato alla porta del Caino violento. Ognuno veda quanto le considerazioni di Agostino possano penetrare fin dentro le logiche del nostro stesso sentire. Esse concordano con altra, luminosa e più perentoria affermazione di Agostino, sempre di età tarda, e quindi di carattere, diremmo, conclusivo: ‘È più glorioso uccidere la guerra con la parola che gli uomini con la spada, e acquistare e ottenere la pace con la pace, non con la guerra’ (Epistolae, 229, 2). È un inno alla missione vera della sapienza politica. Contrasta infatti l’idea che la pace possa mai essere frutto della guerra e invoca la ricerca dialogica e persuasiva della soluzione dei conflitti, prima e piuttosto che essi degenerino in guerre; e incanala la stessa ricerca di gloria mondana (tipica dell’uomo politico) verso la pace.”