ECONOMIA

Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà

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    Nel numero di dicembre 2004, Solidarietà pubblica un dossier sul Congress for Cultural Freedom, un'associazione internazionale che nel dopoguerra svolse un ruolo centrale nel plasmare i pregiudizi delle generazioni del dopoguerra inducendole all’impotenza politica prescritta negli scenari utopistici di Bertrand Russell e H.G. Wells. Questa è la radice dell'attuale corrente neo-cons.

    Di seguito anticipiamo l'introduzione al dossier e una scheda su Indro Montanelli che è parte della sezione sull’Italia.

    Monopolio culturale
    e monopolio nucleare

    Alle radici della globalizzazione, della guerra
    perpetua e dell’ideologia neo-conservatrice

    Nella fase cruciale del processo elettorale negli USA Lyndon LaRouche ha fatto pubblicare e diffondere un dossier di denuncia delle forze neo-conservatrici che si concentra in particolare sull’eredità del Congress for Cultural Freedom (CFF).
    Nell’introduzione LaRouche spiega tra l’altro:
    “Durante la seconda guerra mondiale la missione di perpetuare l’impero nel mondo del dopoguerra fu fatta propria soprattutto dagli ambienti di H.G. Wells e di Bertrand Russell. Dopo aver esaltato pubblicamente l’opera «The Open Conspiracy» di Wells (1928), Russell assunse un ruolo fondamentale nell’orchestrare il ricorso alle armi nucleari, come strumento per arrivare a una forma di imperialismo che fu allora chiamato ‘governo mondiale’, e che oggi chiamano ‘globalizzazione’. (...) La dottrina della ‘guerra perpetua’, sotto la forma della ‘guerra preventiva con le armi nucleari’, di Dick Cheney confederato a Tony Blair, è l’attuale espressione della politica imperiale posta in essere da Wells e Russell.”
    Con questo LaRouche fa riferimento a quella politica del terrore nucleare, iniziata con lo shock nucleare di Hiroshima e Nagasaki, che mirava a mettere gli arsenali “sotto il controllo” di enti sovrannazionali, o di “mediatori” super partes, nello sforzo evidente di indurre gli stati a rinunciare alla propria sovranità. Il “paficismo” fondato da Russell fu dunque solo lo strumento per indurre i governi ad abdicare alla propria sovranità, rimettendola nelle mani del “governo mondiale”.
    Questa è la politica che Cheney e Blair seguono apertamente da quando gli USA sono rimasti l’unica superpotenza.
    LaRouche continua: “In tutto il dopoguerra, il Congress for Cultural Freedom rappresenta un elemento complementare dello sviluppo delle armi nucleari in questa impresa imperialistica di scardinare ed eliminare le istituzioni dello stato nazionale sovrano. La funzione del CCF in tandem con il progetto della CIA collegato a riviste come Commentary, è stato quello di distruggere l’impegno al Sistema Americano di Economia Politica che è parte delle fondamenta costituzionali della repubblica degli Stati Uniti ed al quale si deve la capacità di questa repubblica di diventare una potenza di primaria importanza sotto i presidenti Abramo Lincoln e Franklin D. Roosevelt. (...)
    “Riconsiderando il periodo storico successivo alla morte di Franklin Roosevelt, è possibile capire perché certe forze anglofone transatlantiche abbiano deciso di sostenere il progetto di Wells e Russell di eliminare il tradizionale impegno degli USA ai benefici della scienza e del progresso tecnologico nello sviluppo di infrastrutture economiche di base e in un’agricoltura e industria moderne. Per sconfiggere gli USA le forze imperialistiche debbono sottrarre agli americani il loro impegno al progresso scientifico e tecnologico, così come questo processo di sottrazione è avvenuto a tappe forzate nel corso degli ultimi quattro decenni.
    “Si tratta di una svolta della strategia britannica nei confronti degli USA, rispetto alla precedente impostazione del periodo 1861-1876, che è contrassegnata dall’affermazione dei circoli di Thomas Huxley e dei circoli collegati di George Bernard Shaw e di altre figure di spicco della Società Fabiana. H.G. Wells, come apprendista stregone di Huxley e figura fondamentale in quelle fasi che condussero alla prima guerra mondiale, è un esempio di ciò. La riconciliazione di Wells e Russell in un comune scopo malvagio, avvenuta dopo la prima guerra mondiale, esprime una continuità in cui la loro eredità non si è mai spenta nel dopoguerra.
    “La leadership di Roosevelt nel dare vita alla ripresa economica USA e il ruolo degli USA nella guerra sotto la sua guida hanno dimostrato come i precedenti tentativi di sovvertire gli USA erano falliti, falliti perché i precedenti tentativi di eliminare il carattere patriottico americano non erano riusciti allo scopo. Questa volta, dunque, fu considerato un mezzo più radicale per raggiungere tale fine. Il progetto del Congress for Cultural Freedom, in tandem con la Scuola di Francoforte e la Società Fabiana rappresentano i percorsi sovversivi seguiti a tale scopo. (...)”

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    Montanelli: un Cilindro col doppiofondo
    Le smanie golpiste di Cini, Clare Boothe Luce e “il lacchè”

    Scheda tratta dalla sezione sull'Italia

    Nella galleria degli intellettuali italiani che hanno fatto parte dell’Associazione per la Libertà della Cultura non poteva mancare il principe dei giornalisti anticomunisti, Indro Montanelli. Nato da una famiglia fiorentina dedita alle ebbrezze del futurismo (da cui il nome, Cilindro, poi abbreviato in Indro), Montanelli fu legatissimo a due figure chiave del CCF: l’ambasciatrice Clare Boothe Luce, moglie del magnate americano grande sostenitore di Mussolini (a Henry Luce il dossier dedica un ampio articolo) e l’ufficiale inglese Michael Noble, diretto superiore di Hubert Howard nel Psychological Warfare Branch britannico. Noble fu colui che riorganizzò l’intera vita culturale italiana nelle città liberate, stilando tra l’altro il Press Plan for Northern Italy, che confermò la proprietà dei grandi quotidiani nelle mani di chi l’aveva avuta durante il fascismo.
    Di Clare Boothe Luce, Montanelli rivendicava addirittura il lancio della carriera e di averla così segnalata al futuro marito. “Era una giornalista di taglio cultural-mondano... Stavamo molto spesso insieme a New York. Poi lei venne in Italia, dove dapprima scrisse, sotto mia dettatura, qualche cronaca politica, che la fece notare agli occhi del grande magnate Henry Luce, proprietario ed editore di Time e di Life, che la sposò. Perché lei era anche una bella donna... Così sposò Luce e Luce appoggiò con tutte le sue forze Eisenhower, che – quando diventerà presidente – nominerà la moglie ambasciatrice in Italia”.
    Queste frasi sono tratte da un’intervista che Montanelli concesse con grande imbarazzo nel 1998 al direttore della rivista Storia Contemporanea, a corredo e spiegazione di un carteggio in cui egli e l’allora ambasciatrice USA in Italia discutono la preparazione di un golpe. L’epistolario documenta come nel 1954 Montanelli abbia convinto la Luce a sedurre il conte Vittorio Cini per fargli finanziare il piano, che sarebbe servito a “Preparare una forza come fu Gladio, che nacque due anni dopo e alla quale spero di aver dato un mio contributo”, spiega Montanelli 44 anni dopo.
    Nella prima delle tre lettere pubblicate da Storia Contemporanea, Montanelli si rivolge così alla Luce:
    “Noi dobbiamo creare questa forza. Quale? Non si può sbagliare, guardando la storia del nostro Paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo pugno d’uomini che ha fatto tutto con la violenza: l’unità d’Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista. È l’unica nostra fortuna. Bisogna ricercarla individuo per individuo, darle una bandiera, una organizzazione terroristica e segreta.. e un capo.”
    Con Cini organizzatore dei finanziamenti e l’ex ambasciatore fascista Dino Grandi responsabile dei rapporti diplomatici, “il movimento sarebbe destinato ad entrare in azione (azione armata) solo il giorno in cui, elettoralmente, la battaglia fosse definitivamente persa. ... difendere la democrazia fino ad accettare, per essa, la morte dell’Italia: o difendere l’Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia? La mia scelta è fatta...”

    I “galantuomini”

    Il conte Cini era stato uno dei più importanti gerarchi del fascismo e parte del gruppo veneziano, capeggiato da Giuseppe Volpi di Misurata, che parte decisiva aveva svolto proprio nel favorire l’ascesa al potere del fascismo.
    Oltre a tanti vecchi arnesi del regime fascista Montanelli aggiunge la Mafia: “Il Principe Lanza di Trabìa – scrive nella prima lettera alla Luce – ... gode di gran prestigio nell’Isola e soprattutto è in eccellenti rapporti con la MAFIA, che laggiù ha un potere decisivo, molto più grande di quello del Governo.”
    Alcune parole sui personaggi reclutati nel piano golpista montanelliano. Furio Cicogna, presidente della Confindustria, è lo stesso che, nel 1964, si pronunciò contro il programma del nascente centro-sinistra moroteo, organizzando una colletta tra i membri dell’organizzazione industriale per costituire un fondo segreto. Secondo alcune fonti, il fondo doveva servire per sostenere il famoso Piano Solo, che infatti veniva predisposto su ordini del Presidente Segni (e del suo consigliere, il colonnello Rocca dei servizi segreti). Nell’estate di quell’anno, Aldo Moro fu preso in un’operazione a tenaglia in cui all’attacco della Confindustria si unì quello, inaudito, del vicepresidente della Commissione CEE, Robert Marjolin (sinarchista, allievo prediletto di Kojeve), il tutto col sottofondo minaccioso del “tintinnio di sciabole” del generale De Lorenzo. La minaccia rientrò quando Moro dovette rinunciare ai punti più qualificanti del programma di governo.
    Il conte Borletti ci conduce a Michael Noble, l’ufficiale del PWB che abbiamo menzionato all’inizio e con cui Montanelli aveva allacciato una relazione dai giorni della liberazione di Firenze. Noble, dopo aver riorganizzato la stampa, la radio e la vita culturale dell’Italia liberata, era tornato in Inghilterra a dipingere quadri e ubriacarsi di birra. Aveva lasciato in dono la sua segretaria, Giancarla Vollaro, a Edgardo Sogno, che poi la passò a Enrico Cuccia. Nel 1952 Noble tornò in Italia su invito dei vecchi amici e conobbe Ida Borletti, figlia del senatore, che sposò nel 1956. Assieme andarono a vivere in una villa sul lago di Garda che egli battezzò Villa Idania. Nella villa si ricreò un centro di “vita” culturale simile a quelli romani del dopoguerra, frequentato da tutte le “star” dell’ALC: Igor Markevitch, Nabukov, l’immancabile Pannella, Marina Cicogna, Giulia Maria Crespi (proprietaria del Corriere e futura fondatrice del FAI, il Fondo Ambiente Italiano); e ancora, Igor Stravinski, Stefan Zweig, Dacia Maraini, Trilussa, Salvatore Quasimodo e, naturalmente, il nostro Cilindro Montanelli. Cilindro era talmente attaccato a Ida Borletti da pensare persino di pubblicare le sue «Lettere a Ida».

    Lacchè e peggio

    Ma torniamo al piano golpista del 1954. Il piano parte con la Luce che recita, apparentemente con successo, la parte affidatale dal suo vecchio pigmalione: “Gentile e cara signora”, scrive Montanelli in una lettera datata 1 giugno 1954, “Vittorio Cini è venuto da me ieri mattina, dicendo che aveva urgente bisogno di parlarmi. Doveva dirmi infatti, che aveva fatto un rapido giro a Venezia, Torino, Genova e Milano, dove aveva preso parte a una riunione del cosiddetto ‘Comitato segreto’ delle Confindustria. Vittorio, che non avevo più visto dopo la colazione che ebbe con Lei, è rimasto incantato dalla Signora Luce che, evidentemente, ha saputo toccare le corde della sua vanità, la quale è immensa. [...]
    “Mi perdoni, cara Signora, se mi permetto di darLe dei consigli. [...] Cini può essere un prezioso alleato: il più efficace cavallo di Troia nella cittadella capitalista, dove avvengono quotidianamente i peggiori tradimenti. Lei lo ha già sedotto: impresa che non era mai riuscita a nessun’altra donna. [...] Posso darLe anche un altro suggerimento? Dica a Cini che, come Ambasciatore, Lei aspetta da lui ch’egli faccia ciò che Volpi avrebbe fatto; e, come donna, Lei aspetta da lui ch’egli faccia ciò che suo figlio Giorgio non avrebbe negato di fare. Sono due grandi argomenti, specie per un uomo che ha sposato la più grande attrice italiana del 1920, dannunziana e rivale della Duse.”
    A torto, Indro Montanelli viene celebrato da destra e sinistra come “il piu grande giornalista italiano” contemporaneo, l’unico in grado di “dire pane al pane e vino al vino”. In realtà i suoi articoli non erano che una versione letteraria di pregiudizi e chiacchiere da bar.
    Un episodio, tra tutti, ci rivela la vera natura del “grande giornalista”: la storia del libro e della sceneggiatura del film «Il generale della Rovere», del 1959. Ecco come ne parla
    Sergio Amidei, uno degli sceneggiatori: “... Poi i rapporti si sono guastati decisamente quando Montanelli ha pubblicato il romanzo «Il generale Della Rovere» copiando paro paro dalla sceneggiatura e scrivendo nella prefazione, che di solito la gente non legge, che lui aveva ricavato il romanzo dalla sceneggiatura, cosa che poi è scomparsa nelle altre edizioni e nelle edizioni straniere... Mi pareva strano che una persona come Montanelli avesse questa libidine di poter scrivere un romanzo, ma forse ce l’aveva proprio perché non ne è capace. Allora mi sono limitato a non incontrarlo più. La gente che si comporta così mi fa vergognare al posto loro. ... un lacché. Il modo in cui si comportava, ad esempio, con Rizzoli, o con il conte Cini, era proprio da lacché, non da uomo alla pari. Pur avendo questa specie di rozzezza, di violenza, in fondo è un lacché”.
    (Intervista con Goffredo Fofi e Franca Faldini, in «L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti, 1935-1959», Feltrinelli, Milano, 1979).


    L'intero dossier è pubblicato nel numero del dicembre 2004 di Solidarietà, il bollettino d'informazione del Movimento Solidarietà che i non iscritti possono richiedere via posta elettronica a [email protected]



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